Biografia

Giuseppe Micieli nasce a Comiso il 25 aprile del 1921, da padre muratore e madre casalinga, terzo di quattro figli. Fin da bambino manifesta grande talento e passione per il disegno. Il padre lo porta spesso con sé nel luogo di lavoro, alle cave di pietra di Comiso. Il paesaggio delle cave, aspro e geometrico, gli uomini che vi lavorano con possenti mazze creano in lui delle suggestioni che influenzeranno profondamente il suo immaginario e la sua creazione artistica. È in quel contesto che prende dimestichezza con la bella pietra degli Iblei e ancora poco più che bambino sente il bisogno di cavare figure.
Già undicenne sceglie senza alcuna esitazione di frequentare la regia Scuola d’Arte di Comiso, la cui direzione era stata affidata, dalla fine del 1928, allo scultore Domenico Umberto Diano.  Si trattava di un artista noto in ambito nazionale e il suo incarico rispondeva alla volontà delle autorità di avviare un nuovo corso che formasse gli studenti alle tradizioni artigianali locali, tra cui l’utilizzo a fini artistici della pietra di Comiso. Micieli trova così l’ambiente ideale per affinare ed accrescere il suo talento.

Le cave di pietra a Comiso negli anni 30.  La nuova Scuola d'arte nel 1937Le cave di pietra a Comiso negli anni 30.  La nuova Scuola d'arte nel 1937

Gli studi a Firenze
Nel 1937, grazie ad una borsa di studio attribuitagli dall'allora Ministero dell’Educazione Nazionale per le sue precoci capacità artistiche, si trasferisce a Firenze per studiare alla Scuola d’Arte e al Magistero di Belle Arti, che si trovavano ormai da più di dieci anni nel prestigioso edificio di Porta Romana, dove la Scuola era cresciuta per importanza e numero di studenti. Si trattava all'epoca dell’unica scuola italiana a disporre di una gipsoteca nella quale venivano prodotti calchi in gesso di opere famose che venivano poi inviati a musei o istituzioni scolastiche in tutta l’Europa. 

Per un giovane appassionato d’arte, proveniente dalla lontana provincia italiana, vivere a Firenze in quegli anni costituiva un’esperienza di grande crescita personale: la formazione, la vita culturale della città, che affonda le proprie radici nella grande tradizione dell’arte italiana, i capolavori architettonici, i musei, il lungarno, la gipsoteca della Scuola, plasmano la personalità attenta e votata alla ricerca di Micieli. Risalgono a quel periodo sul finire degli anni ‘30 alcuni splendidi disegni a china acquarellata realizzati sul lungarno, che hanno il sapore e la freschezza dell’istantanea. È a Firenze che Micieli acquisisce le sue profonde conoscenze di Storia dell’Arte, recandosi frequentemente nei Musei o nelle Gallerie degli Uffizi per studiare a fondo, tramite il disegno su taccuini, le opere dei grandi maestri esposti. Scrive nel 1949, “L’arte non è solo dote naturale ma è anche intelligenza e profondo studio.” Imparerà così a coniugare la grande tradizione umanistica di Firenze con le esperienze innovative del XIX secolo, dando il suo contributo con una figurazione personale che esprime i valori e lo spirito del tempo.

In quegli anni conosce tra gli altri il noto scultore di origini siracusane e docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Pasquale Sgandurra, di quarant’anni più vecchio di lui, zio di Elio Vittorini, che lo tratta con simpatia incoraggiando la sua crescita artistica, consigliandolo e facendolo esercitare nel suo laboratorio di Via Faentina, ai piedi della collina di Fiesole. Con Sgandurra instaura un duraturo rapporto di amicizia, di cui rimane traccia in vari scambi epistolari.

La guerra
Il tranquillo svolgimento degli studi viene turbato dall’entrata in guerra dell’Italia. È chiamato alle armi e viene arruolato nell’aeronautica militare. Grazie alla sua condizione di studente, gli vengono affidate mansioni di ufficio ed è trasferito presso la base di Fornovo, nei pressi di Parma. Malgrado il difficile contesto storico, riesce a studiare e a dare degli esami a Firenze grazie alle licenze concessegli dai suoi superiori, con cui è in buoni rapporti.
Nel 1941 vince un concorso nazionale di scultura e si reca a Roma per la consegna da parte di Mussolini del premio “Bruno Mussolini” destinato ai vincitori dei “Ludi Juveniles” della cultura e dell'arte.
Nel settembre del 1942 completa gli studi al Magistero di Firenze e tiene la sua prima mostra personale alla Galleria d’Arte Bugamelli di Parma. Ha in previsione di sostenere un esame di ammissione alla Facoltà di Architettura, ma il suo coinvolgimento nell’occupazione della Corsica all’interno del VII Corpo d’armata stravolge i suoi programmi. Vive un periodo di guerra sul campo in qualità di Assistente Tecnico Edile per l’Aeronautica che si concluderà nell’inverno del 1943 e che in seguito ricorderà come un momento duro e difficile.

A sinistra Giuseppe Micieli ai "Ludi Juveniles" del 1941. A destra viene premiato da Mussolini. Fotogrammi tratti da filmati dell'Archivio Istituto Luce di Roma

Il rientro a Comiso dopo gli studi
Nell’ottobre del 1943, non ricevendo sue notizie da quattro mesi, la sua famiglia avvia delle ricerche tramite la Croce Rossa. Il 13 dicembre, ammalato di malaria, rientra in Italia a Olbia da dove riesce a fare rientro a Comiso imbarcandosi su una nave per Augusta. Comincia subito la sua attività di insegnante di disegno alla Scuola Media di Vittoria. Nel frattempo inizia a sviluppare la sua attività di ricerca artistica su temi a lui congeniali. Del 1944 si ricordano La notte per gli ammalati e Derelitta, ispirati a I fiori del male di Baudelaire, e una bella Maternità volutamente incompiuta, che mostra in modo evidente come l'artista si confronta con la pietra di Comiso, materia forte ed espressiva.

Nel 1944 Micieli ospita a Comiso Salvatore Cipolla, un suo giovanissimo parente di Mirabella Imbaccari che si era iscritto alla Scuola d’Arte di Comiso. Figura importante per la sua formazione, Micieli gli fa scoprire artisti come Pablo Picasso, Adolfo Wildt, Marino Marini. A soli venticinque anni riceve l’incarico di progettare la Cappella gentilizia del Cavaliere Polizzi a Mirabella Imbaccari di cui realizza tra l’altro i gruppi scultorei, un lavoro che lo avrebbe impegnato per circa un anno e mezzo. Nel 1946 partecipa alla Mostra Artisti Siciliani al Circolo Artistico di Caltagirone. A partire da quell’anno espone in numerose Mostre Sindacali d’Arte Regionali e Nazionali .

Il periodo veneto
Completata la Cappella Polizzi, fa domanda di supplenza al nord Italia e la ottiene a Vicenza. In quegli anni conduce un intenso lavoro di ricerca e sperimentazione, creando una grande quantità di opere molto personali ed apprezzate. Collabora nel frattempo con un laboratorio di scultura in pietra e conosce lo scultore vicentino ed editore Neri Pozza. Nel 1948 partecipa al concorso per l’insegnamento di disegno nelle scuole medie riuscendo a vincerlo nonostante pochi posti e migliaia di concorrenti. Malgrado il suo desiderio di ottenere una cattedra in Veneto e di continuare ad operare in un contesto artisticamente dinamico e stimolante, Micieli cede alle insistenze dei genitori, soprattutto della madre, e rientra in Sicilia. In una lettera dell’ottobre 1949 l’amico Sgandurra gli scrive: “Che il posto tu l’abbia a Comiso e non nel Veneto, è cosa, a mio parere, che non ti dovrebbe eccessivamente angustiare come sembra tu faccia. Quando si ha per un sogno la febbre che tu hai, si vince ogni ostacolo. Tutto sta che quella febbre non cessi, e con un po’ di pazienza da Comiso arriverai ove più ti piacerà”.

Tra Comiso e Vicenza
Rientrato a Comiso nel 1949, inizia a insegnare al Liceo Scientifico di Scicli. È di questo periodo un’intensa attività ritrattistica e di ricerche scultoree che lo porta a trattare la forma non soltanto ai fini della raffigurazione del reale ma anche come generatrice di spazio, dove i volumi, i piani e le linee vivono in modo autonomo e arricchiscono la struttura e la lettura dell’opera. La superficie della materia è ora levigata e tesa ora abbozzata, con un modellato reso volutamente evidente.
È di quell’anno l’organizzazione e la partecipazione alla Mostra regionale di Palazzo Busacca a Scicli insieme agli artisti Carmelo Cappello, Renato Guttuso, Biagio Brancato, Umberto Diano, Pippo Rizzo. Per il catalogo di questa mostra  scrive  un testo che mette in luce il grande fermento culturale che investe la comunità degli artisti siciliani. A Scicli diventa una figura di riferimento per Piero Guccione, un giovane appassionato d’arte che, terminata la scuola media, si accingeva ad iscriversi al Liceo Scientifico. Micieli convince i genitori di Piero a farlo iscrivere alla Scuola d’Arte di Comiso, una scelta che condizionerà positivamente il futuro del giovane artista.
Nel giugno di quell’anno partecipa alla mostra degli artisti siciliani contemporanei organizzata a Venezia dalla Direzione Belle Arti del Comune e dalla Biennale d’Arte, mostra che verrà poi esposta anche a Messina nel mese di agosto dello stesso anno.

Quelli a cavallo della fine degli anni ‘40 e gli inizi degli anni ‘50 sono anni di attività molto intensa, sia sul piano della creazione artistica che sul piano dell’organizzazione di eventi culturali nella sua Sicilia. Nel 1950 organizza con il “Gruppo Artisti di Comiso” - che aveva formato insieme a Biagio Brancato, Gioacchino Di Stefano, l’avvocato Salvatore Coppa e l’architetto Biagio Mancini -, il Premio Comiso 1950. La mostra è accompagnata da un catalogo con testo di Stefano Bottari, critico d’arte e docente all’Università di Messina, nel quale si evidenzia la vivacità culturale di Comiso: ”La presenza poi di artisti siciliani ormai ben noti, sia in Italia che in Europa, conferma l’alta considerazione che intorno a sé ha creato la Scuola di Comiso, e la fiducia riposta nei promotori della manifestazione.” Viene incaricata una giuria di primissimo piano che annovera tra gli altri il professor Guido Libertini, il professor Stefano Bottari, il pittore Mino Maccari, lo scultore romano Publio Morbiducci e lo scultore Saro Mirabella. Oltre a lui, vi espongono parecchi artisti tra cui Pippo Rizzo, Domenico Umberto Diano, Nunzio Gulino e il suo amico scultore Pasquale Sgandurra. La mostra ha molto successo, ne parla la stampa e la Regione promette il suo sostegno per altre iniziative del genere: non è poco per quell’angolo di Sicilia negli anni del dopoguerra.

Opere di Giuseppe Micieli esposte "fuori concorso" al "Premio Comiso 1950"Opere di Giuseppe Micieli esposte "fuori concorso" al "Premio Comiso 1950"

Nel 1950 espone una mostra personale al Circolo Artistico di Catania sul cui catalogo Alfredo Entità scrive: “L’atmosfera plastica nella quale [Micieli] si muove con destrezza è delle più aggiornate da spontaneo impulso. Qui trovi un putto che te lo fa giudicare sobrio quattrocentista non indegno discepolo dei maestri migliori. Lì un gruppo marcatamente espressionista […]”.

Nel 1951 si trasferisce nuovamente a Vicenza. In quell’anno espone la scultura Le confidenti al II Premio Nazionale di Terni, dove viene segnalato con un Diploma d’Onore e partecipa, insieme a prestigiosi artisti, alla III Mostra nazionale del Disegno di Reggio Emilia, accompagnata da un catalogo con testo di Elio Anceschi.

Giuseppe Micieli con Stefano Cairola nel 1951 a MilanoCol gallerista Stefano Cairola nel 1951 a Milano

Nella primavera del 1951 fa visita a Milano al gallerista Stefano Cairola, autorevole promotore dell’idea che l’arte debba essere incentivata anche nelle province più remote d’Italia. Con lui organizza la tappa di Comiso della mostra itinerante dal titolo 196 pittori al Giro d'Italia della pittura contemporanea, offrendo agli amanti dell’arte di Comiso l’opportunità di conoscere le opere di alcuni dei migliori e più noti artisti italiani del Novecento, tra cui Massimo Campigli, Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Giuseppe Migneco, Ottone Rosai. Si tratta di un importante evento culturale per la città di Comiso, che fa appassionare all’arte tanti giovani. Da quegli incontri e attività ha inizio un’amicizia e una proficua collaborazione con il gallerista milanese che apprezza molto il suo linguaggio artistico come si evince dalla loro corrispondenza.
È della fine del 1951 la sua prima partecipazione alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma giunta alla VI edizione. Nell’estate del 1952 vive ancora a Vicenza dove realizza tre sculture in pietra per la Prima Mostra della Pietra di Vicenza, finalizzata alla valorizzazione merceologica e all'uso artistico della pietra locale, organizzata dall’Ente Fiera di Vicenza nei Giardini Salvi. La mostra si sarebbe svolta nel mese di Settembre di quell’anno e gli verrà assegnato il II premio. Dal sito internet della collezione Salce: “Con alcune opere antiche, tra cui la Madonna tra i santi Vincenzo e Cristoforo di ignoto Maestro e l’Autoritratto di Orazio Marinali, ne figuravano molte di autori contemporanei: Mirko Vucetich, Giuseppe Micieli, Arturo Martini, Neri Pozza, Felice Canton, Alberto Viani, Aldo Calò...”. Lascerà Vicenza, gravato dai sensi di colpa che affollavano il suo animo per le pressanti richieste dei genitori ormai settantenni di far ritorno a Comiso.

Giuseppe Micieli. "Maternità", "Il cavapietra", "Le sorelle" le sculture in pietra di Vicenza esposte all'Ente Fiera di Vicenza nel 1952. "Maternità", "Il cavapietra", "Le sorelle" le sculture in pietra di Vicenza esposte all'Ente Fiera di Vicenza nel 1952. 


Maria
Al suo rientro, alla fine del 1952, incontra Maria Lauretta, la giovane figlia di un imprenditore comisano vissuto per oltre quarant’anni in Tunisia e ritornato in Italia nel 1946 in seguito alle vicende belliche. I due si innamorano e dopo un breve fidanzamento di alcuni mesi convolano a nozze il 25 Aprile del 1953. Appena sposati trascorrono un periodo a Francavilla di Sicilia, ospiti della famiglia dell’avvocato Silvestri, dove Micieli realizza dei bassorilievi in pietra asfaltica di Ragusa per la cappella di famiglia. Maria lo accompagnerà e lo incoraggerà sempre creando intorno a lui la distensione e la serenità necessarie ad ispirare la sua attività di scultore.

Dal 1952 inizia l’insegnamento alla Scuola Media di Comiso. Si impegna molto a condurre i suoi giovanissimi studenti in affascinanti esplorazioni delle varie tecniche del disegno, della pittura e anche della scultura, che si affiancano ai corsi di storia dell’Arte. Le sue lezioni sono tuttora ricordate da generazioni di studenti comisani come un momento altamente formativo e di creatività. Nell’agosto del 1954 nasce la prima figlia, Giovanna, e dello stesso anno è l’acquisto della casa di Via Toscanini a Comiso che dispone di una “carretteria” con alti soffitti e lucernari dove installa il suo studio di scultura. Lì amava lavorare con la porta aperta, alla luce radente del sole. All’uscita dalla vicina scuola elementare, stuoli di bambini rimanevano a lungo incantati a guardarlo modellare la creta con tanta sapienza e chissà in quanti di loro sarà attecchito il germe dell’arte. Uno di loro, Clemente Fava, diventerà un noto incisore. Seguendolo nel corso della sua formazione artistica, Micieli stabilirà con lui una sincera amicizia e una collaborazione artistica testimoniata dalle tante mostre realizzate insieme.


Micieli. Lo studio in Via Toicanini a comisoLo studio in Via Toscanini a Comiso nel 1959

La Ceramica
Nel 1952, mentre risiede ancora a Vicenza, l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Messina affida a Stefano Cairola l’incarico di organizzare, nei padiglioni della fiera di Messina, la Prima mostra della ceramica italiana; qui Cairola allestisce una sala completamente dedicata alle ceramiche di Pablo Picasso, espone anche pezzi unici in ceramica di pittori e scultori come Giacomo Manzù, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Agenore Fabbri, per promuovere la ceramica di Albisola. All’interno di questa importante rassegna, Micieli vince il Premio Trinacria con il vaso in ceramica Anfora.

Nel 1953 apre a Comiso, assieme al pittore comisano Biagio Brancato, un laboratorio di ceramica al quale aderiranno in seguito altri artisti comisani: Francesco Cassarino, Gioacchino Di Stefano e Salvatore Lucenti. Delle sue ceramiche scrive Alfredo Entità, sul catalogo della mostra personale con Brancato del 1955, al Circolo Artistico di Catania: “Le ceramiche tutte senza eccezioni sono incomparabili gemme di tecnica. Smalti, colature, colori e quant’altro concorre a creare la ceramica, sono trattati dal Micieli con rara competenza degna davvero di un autentico maestro”. La creazione di ceramiche d’altra parte, oltre che con la tradizione locale, è occasione di confronto con altri artisti europei. Certamente le opere di Picasso facevano sentire la loro influenza anche in Italia grazie a esposizioni come quella di Messina. Nascono così sculture, vasi, elementi di arredo caratterizzati da inventiva, creatività e sperimentazioni materiche. Scrive Renato Civello per la Mostra del 1958 Ceramica d’Arte a Modica alla quale Micieli partecipa: “Certo non avere alle spalle una tradizione specifica di maiolicari, visibile per generazioni intere, come nel caso di S. Stefano di Camastra e delle ceramiche calatine, è, sotto alcuni aspetti, un pericolo. Ma anche, decisamente, un privilegio: solo così, reagendo alle molteplici acquiescenze ad un costume artigianale o decantando nel filtro tranquillo del proprio quotidiano scoprirsi gli allettamenti di ipotetiche faentinità di maniera, sarà possibile tracciare un solco inconfondibile nella storia della terracotta nostrana”.

Brancato e Micieli nell'esposizione al laboratorio di Ceramica. Brancato e Micieli nell'esposizione al laboratorio di Ceramica. 

Il Premio Gemito
Nel novembre 1955 espone a Roma alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte la Cornamusa in gesso. Nel 1957, con l’opera Pifferaio nella versione in pietra, vince il I premio Vincenzo Gemito per la scultura al Museo dell’Accademia di Napoli.
Il confronto tra figurativi e non figurativi s’infuoca nella VIII Quadriennale Nazionale d'Arte, che si apre il 27 dicembre 1959 a Roma con il numero record di 1200 partecipanti e nella quale Micieli espone la scultura Maternità nel Sobborgo. Due mesi prima dell’inaugurazione era stata annunciata una vera e propria ‘secessione’ da un gruppo di pittori dissidenti, per la maggior parte astrattisti. La dialettica tra rappresentazione del reale e astrazione connoterà  parte della sua ricerca degli anni ‘60.  Nel Settembre del 1958 nasce il secondo figlio, Totò (Salvatore).

Napoli, 30 marzo 1958, Giuseppe Micieli riceve il 1° Premio Vincenzo Gemito dal Presidente della giuria.Napoli, 30 marzo 1958, Giuseppe Micieli riceve il 1° Premio Vincenzo Gemito dal Presidente della giuria.


Giuseppe Micieli

Giuseppe Micieli

Gli Anni ‘60
Gli anni ‘60 si aprono con l’invito ad esporre al Premio Forlì 1960, organizzato e curato dal gallerista Stefano Cairola, e inaugurato presso il cortile della Fondazione Livio e Maria Garzanti a Forlì, il 22 Settembre 1960. È una mostra specificatamente dedicata alla scultura figurativa a cui partecipano ben 91 scultori con 242 opere. Micieli presenta due opere, Cavaliere medievale e Attesa. Domenico Cara scrive: “Giuseppe Micieli è ospite, siciliano anche lui, con un possente cavaliere di discrete proporzioni e di cemento nero, segmentato in una medievalistica e sopravvivente fonditura, e Attesa è felice momento di solidità ispirativa, di cadenza e tristezza meridionali”.

Il gallerista Stefano Cairola ritratto accanto alla scultura "Cavaliere medievale" di Giuseppe Micieli alla mostra del Premio Forlì nel 1960.Il gallerista Stefano Cairola ritratto accanto alla scultura "Cavaliere medievale" di Giuseppe Micieli alla mostra del Premio Forlì nel 1960.

Degna di nota, nel 1961, la mostra “Sculture e xilografie” con Biagio Brancato alla Galleria “La Marguttiana” di Ragusa, accompagnata da un catalogo con testi di Renato Civello. Partecipa a varie collettive a Palermo. Nel 1967 si tiene una mostra personale a Modica alla Galleria del Libro - Poidomani, inaugurata dal Professor Enzo Maganuco.  Sempre  nel 1967 e nel 1968 espone alla II e alla III Mostra d’Arte Sacra contemporanea a Modica.

In questi anni, la sua ricerca artistica approfondisce ulteriormente il rapporto tra la figura e l’ambiente, enfatizzando gli aspetti geometrico-volumetrici. Le figure si fondono con l’ambiente rupestre circostante diventando esse stesse roccia. In Rupe e in Ricordi d’infanzia le figure affiorano dalle stratificazioni geologiche e ne fanno parte fin quasi a scomparire in una tensione verso l’astrazione che viene raggiunta in Ascetica o Forze in contrasto. Si tratta di un’attività esplorativa delle potenzialità del suo linguaggio che testimonia la sua continua tensione creativa. Parallelamente, in quegli anni, sviluppa opere di grande intensità figurativa, dando spazio alla rappresentazione delle contraddizioni della realtà storica del tempo, come in Incubo atomico, L’uomo e la macchina o Continuità storica della crocifissione, tutte del 1969. Un importante spazio è dato all’arte sacra, tra cui spiccano i due grandi elementi di separazione di circa 7 metri ciascuno, per la cappella delle suore di clausura a Trani.


1966, Giuseppe Micieli accanto alla scultura "I rocciatori"1966, Giuseppe Micieli accanto alla scultura "I rocciatori"

Gli anni ‘70
Sono lontani gli anni del suo pendolarismo tra la Sicilia, la Toscana e il Veneto. Micieli è ormai da anni stabile a Comiso dove, a volte, sente forte il peso dell’isolamento culturale della provincia, argomento che affronta nel suo scritto sul catalogo della mostra collettiva Otto artisti dalla provincia tenutasi alla Casa della Cultura a Roma nel 1970 e nel quale scrive: "la provincia, se anche favorisce il raccoglimento, l’operosità appassionata e fervida, il disincaglio dalle mode più effimere, finisce ugualmente con l’inaridire lentamente gli entusiasmi e i furori”.

Presso la galleria “Il Lucernario” di Caltagirone si svolge nel 1970 una mostra personale con il giovanissimo amico incisore Clemente Fava dove vengono esposte le opere più significative del decennio appena alle spalle, accompagnata da un catalogo con testo di Domenico Marino.
La sua crescente fede religiosa è testimoniata dalla frequenza con cui in questi anni affronta tematiche religiose, sia per esigenze espressive che per lavori su commissione per le chiese. L’interesse per la religione, dagli anni ‘70, si trasforma sempre di più in partecipazione attiva, fino a ricoprire la carica di responsabile regionale per l’Azione Cattolica siciliana.

Durante questo decennio partecipa a parecchie mostre collettive con vari artisti. Realizza molte opere su commissione per chiese, monumenti e numerosi ritratti. Nel 1978, Salvatore Cipolla, divenuto ormai noto scultore e ceramista a Firenze, gli parla del Centro Promozionale Artistico Culturale CEPAC di Prato e delle sue finalità non speculative. Nel febbraio del 1979 verrà organizzata al CEPAC di Prato la collettiva con Gioacchino Di Stefano e Clemente Fava.

Sul finire degli anni ‘70 inizia ad utilizzare il legno per la scultura. Durante alcuni viaggi a Firenze e Milano acquista una grande quantità di attrezzi: sgorbie, scalpelli, lime e mazzuoli di varie fattezze. Si confronta così con una materia che impone vincoli, dimensioni, nodi, diramazioni. Scolpisce il cirmolo, il cipresso, il noce e anche il rossiccio carrubo ibleo. Il profumo del legno lo inebria e lo spinge a esplorarne le potenzialità espressive, utilizzando anche patine e mordenti. Ne nasce una cospicua serie di sculture inedite ed alcune traduzioni in legno di opere realizzate in passato.

Giuseppe Micieli alle prese con una scultura in legno

Gli anni ‘80 lo vedono impegnato in una riscoperta del disegno tramite l’uso dei pastelli oleosi che lo portano a confrontarsi con la realizzazione di vere e proprie pitture, genere mai affrontato prima. “Figure corpose come sculture, paesaggi iblei al limite del virtuosismo in una luce metafisica con riferimenti romantici da pittura nordica”, così ne parla il critico Enzo Leopardi in un articolo del 19 febbraio1984 apparso su “La Sicilia”. Anche in periodi caratterizzati dall’assenza di mostre o di commesse di opere, Micieli ha sempre lavorato e prodotto opere, tutti i giorni, come un artigiano dell’Arte.

 G. Micieli. "Paesaggio ibleo" 1981 pastelli oleosi su carta cm 35 x 50"Paesaggio ibleo" 1981 pastelli oleosi su carta cm 35 x 50

Gli anni ’80 e la realizzazione del Cristo Crocifisso
Nel 1980 riceve dalla Parrocchia del SS. Rosario di Vittoria la commissione di una grande scultura raffigurante un Cristo Crocifisso, a grandezza naturale e da realizzare in bronzo. Si tratta di un lungo lavoro di introspezione e di sintesi tra il suo senso religioso e la sua esperienza di scultore. “Il Cristo crocifisso è rappresentato nell’attimo in cui prima della morte si rivolge al Padre con tutta la sua sofferenza di uomo: Egli si tende ad arco nello spazio come per sollevarsi dalla Croce, volgendo lo sguardo in alto in una rassegnata ma dolorante implorazione…” scrive lui stesso in una presentazione, ed aggiunge: “Il modellato della superficie del corpo lacerato in alcune parti dalle battiture nelle ferite è realizzato in modo da conferirgli una soluzione plastica fantasiosa, drammatica ma moderna”. Perché la statua abbia una luce propria nella penombra della chiesa, la fusione in bronzo viene trattata in modo che le parti in rilievo siano lucidate. Su sua indicazione “il Cristo, senza croce, viene applicato direttamente sulla superficie in cemento armato che rappresenta la materia dell’architettura moderna e la sofferenza dell’uomo di oggi per realizzarla”. 

Nel maggio del 1982 il “Soroptimist International Club” di Ragusa organizza una sua mostra personale antologica presso la sala di esposizione dell’Amministrazione Provinciale. Vengono esposte un centinaio di opere tra disegni, pastelli oleosi e sculture. Di questi anni è la partecipazione ad alcune mostre di arte sacra tra cui la Mostra Nazionale sul tema Padre Kolbe, l’olocausto a Carini (Palermo) e la I mostra d’Arte sacra Giorgio La Pira a Pozzallo, dove presenta la scultura in bronzo Ancora una fuga. Nel 1988 viene invitato, nei locali del Santuario di Tindari alla mostra Theotokos nell’arte contemporanea. Nel giugno dello stesso anno vengono inaugurati i suoi mosaici nella Chiesa del S. Cuore a Comiso. Il 24 Aprile 1990 l’Associazione Culturale “B. Brecht” di Comiso gli dedica la mostra Itinerari d’Arte Visiva assieme a Biagio Brancato e Gioacchino Di Stefano, presso il Centro Servizio Culturale di Comiso. Nel 1988 inizia a soffrire di alcuni problemi metabolici, che a causa dell’insorgenza di varie complicazioni lo porteranno a spegnersi prematuramente il 2 Novembre del 1991.

Nel 1992 gli viene dedicata una personale al Centro Servizio Culturale di Comiso a cura di “Pasquarte 1992”. Nel 1998 viene organizzata una grande mostra retrospettiva nel Foyer del Teatro comunale a Comiso e per l’occasione viene presentato da Piero Guccione il volume “Micieli, opere 1940- 1990” edito dalla Salarchi immagini.

Sue opere si trovano in Musei, Edifici Pubblici, Chiese, Piazze, collezioni pubbliche e private, in Italia e all'estero.

Hanno scritto di lui: Carmelo Arezzo, Giovanni Battaglia, Germano Belletti, Biagio Brancato, Gesualdo Bufalino, Angelo Campo, Domenico Cara, Renato Civello, Mario De Micheli, Carmelo Depetro, Giorgio Di Genova, Nunzio Di Giacomo, Alfredo Entità, Giacomo Etna, Renzo Federici, Filippo Garofalo, Guido Giuffrè, Franco Grasso, Enzo Leopardi, Giuseppe Marchiori, Gian Giacomo Marino, Luciano Marziano, Elvio Natali, Paolo Nifosì, Tommaso Paloscia, Girolamo Piparo, Salvatore Quattrocchi, Franco Ricomini, Albano Rossi, Giovanni Rossino, Franco Russoli.


Micieli. Il Cristo Crocifisso del SS. Rosario a VittoriaIl Cristo Crocifisso del SS. Rosario a Vittoria

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